Qui mi sfogo

At Your Own Risk
Looping for you

Looping for you

(Fonte: annyjustlol, via robdelaney)

Afrodite Vergine

Questa è di una bellezza struggente, e non posso fare a meno di riportarla qui.
«La notte di S.Giovanni, in un villaggio di pescatori siciliani, la Vergine dei Sette Dolori si spoglia del manto di velluto che nasconde la statua antica, toglie i pugnali che trafiggono il suo cuore di marmo, e va sulla spiaggia. Qui le ninfe e i centauri le fanno festa. Eros arriva ad ali spiegate per salutare la Bellezza tornata sulla Terra, per abbracciare sua madre. Ma all’alba ella si rimette la cappa di dolore sulle spalle di marmo. Eros la supplica di non lasciarlo. “Devo tornare là donde vengo… Sappiatelo, ho un altro figlio che ha molto sofferto”.» (Oscar Wilde, riportato da John Ricketts)

In casa ho una riproduzione del bacio di Klimt. Oggi scopro papà e Francesco a guardarla. Papà: «papà e mamma si baciano e nasce Checco» ( è un nostro vecchio gioco fin da quando Francesco era piccolo, sei mesi, e tendeva la manina verso quel quadro). 
Oggi però mi accorgo che Francesco sta indicando a suo padre ogni fiore della veste della donna, e ad ogni fiore pronuncia il nome di qualcuno importante per lui: i nonni, le maestre, i compagni di scuola, la Dada Tiziana, e poi Marco, e Raf il suo cagnolino, i gatti, “gli amici di mamma” “gli amici di papà” e i suoi giocattoli più cari. 
In ogni fiore della veste di quella donna che, dagli inizi del novecento, parla all’anima più profonda di noi, il piccolo universo di un bambino degli anni 10 del duemila.

In casa ho una riproduzione del bacio di Klimt. Oggi scopro papà e Francesco a guardarla. Papà: «papà e mamma si baciano e nasce Checco» ( è un nostro vecchio gioco fin da quando Francesco era piccolo, sei mesi, e tendeva la manina verso quel quadro).
Oggi però mi accorgo che Francesco sta indicando a suo padre ogni fiore della veste della donna, e ad ogni fiore pronuncia il nome di qualcuno importante per lui: i nonni, le maestre, i compagni di scuola, la Dada Tiziana, e poi Marco, e Raf il suo cagnolino, i gatti, “gli amici di mamma” “gli amici di papà” e i suoi giocattoli più cari.
In ogni fiore della veste di quella donna che, dagli inizi del novecento, parla all’anima più profonda di noi, il piccolo universo di un bambino degli anni 10 del duemila.

21 Aprile

Quel mattino, come tutte le mattine, mia madre, undici anni, si era ritirata a giocare coi gatti sulle balle di fieno, nel suo rifugio segreto appena sotto il soffitto della stanza che dava sulla cantina.

La cantina di casa mia, in quei giorni di pesantissimi bombardamenti lungo la ferrovia che portava da Bazzano a Vignola, era stata trasformata in rifugio.
Il nonno aveva riempito la stanza soprastante la cantina di balle di fieno - che a quei tempi erano ancora parallelepipedi - fino al soffitto; nella speranza, forse ingenua, che quelle balle avessero potuto proteggere “il rifugio” dalle bombe che cadevano a grappoli ovunque.
Tra il soffitto della stanza e l’ultimo strato di balle di fieno era rimasta un’intercapedine. Si trattava di uno spazio in cui solo mia madre, piccina, aveva la possibilità di intrufolarsi, in compagnia coi suoi gatti e con i libri che otteneva dagli sfollati da Bologna scambiandoli con pagnotte di pane e fiaschi di vino.

I liberators, le fortezze volanti solcavano il cielo provenienti da ogni dove. Quando bombardavano, racconta mia madre, non c’era scampo. Correvi verso nord, e pareva venissero da nord. Scappavi verso sud, e pareva che il loro muso scintillante al sole venisse dall’Appennino. Fuggivi a est, o a ovest, e te li trovavi sempre di fronte.

Quella mattina i tedeschi avevano piazzato proprio una contraerea mobile presso la stazione del trenino, per coprire la ritirata delle loro truppe verso Modena. Vicinissimo a casa mia. Il giorno prima la Wehrmacht aveva divelto tutte le traversine della ferrovia, per non lasciare vantaggi all’avanzata degli alleati. Due soldati tedeschi e un sergente erano entrati in casa da mio nonno chiedendo cibo e ricovero per i cavalli, e a onor della verità, dice mia madre, tutte le volte che ciò era successo in quei giorni, nessun tedesco aveva mai torto un capello alla gente che si era raccolta, da molte case bombardate, nel “rifugio” cantina di mio nonno.

Il 21 Aprile mia madre leggeva Salgari, sdraiata sulle balle di fieno, nella sua intercapedine, perché stranamente dopo tanti giorni di bombardamenti a tappeto non c’erano fortezze volanti in cielo. Pace e silenzio. Strano, pensavano i grandi, godendosi il sollievo dal terrore. Bello, pensavano i piccoli, leggendo Salgari.

E qualcuno che corse da Bazzano urlando: “a ghé i inglìs à l’acquedòtt!!!” Ci sono gli inglesi all’acquedotto, cioé a due km da lì.

Poi tutto successe. La terra cominciò a tremare e l’orizzonte fu oscurato da un muro, letteralmente un muro di carri armati. Mai visti, enormi, con una stella bianca sconosciuta sulla torretta e sui fianchi. La polvere e il fumo di gasolio toglievano il respiro.
I Tank avanzavano passando sopra le recinzioni della ferrovia, abbattute e schiacciate come panetti di burro.
Un tank sbuffò, sputò olio, si fermò con gli enormi cingoli di traverso nell’aia della mia casa, il cannone puntato verso nord, in un turbine di polvere e nero.

Decine di occhi si spalancarono, terrorizzati, nell’oscurità della cantina. Mio nonno sussurrò: « se sono tedeschi siamo finiti. Hanno deciso di fare resistenza all’avanzata qui, gli inglesi (perché loro solo gli inglesi, conoscevano) raderanno al suolo la casa.»
Tuttavia nessuno si mosse, erano paralizzati dalla paura.

Finché pirét, Pietro, il più coraggioso di tutti, ricacciò il terrore in gola e salì zoppicante le scale che lo separavano dal buio impaurito della cantina al sole sfavillante di polvere e odore di esplosivo e metallo di quel carro armato sull’aia.
Qualcosa sembrava strano, sembrava che più che un carro armato tedesco appostato per far resistenza quello fosse solo un veicolo in panne. Pirét si piazzò nella perpendicolare del cannone, strinse gli occhi e urlò, metà in italiano, e metà in bolognese :

« Tedeschi o Inglesi!!! »

Con fragore la torretta del carro armato si aprì. Pirét si insaccò tutto, come per sgonfiarsi, per farsi piccolo.
Dalla sommità del tank sbucarono una testa e due spalle massicce, poi un corpo atletico ed enorme. Un omone nero sorridente e lucido di sudore. « Americani »

E quel rumore, quel terremoto di carri armati, quel nero di polvere e fumo passavano, come un sogno, verso Modena, verso Milano, verso Nord, verso il 25 Aprile 1945.

Restò il carro armato in panne dell’omone nero, solitario e silenzioso nell’aia di questa casa da contadini inondata di sole, nella pace di un cielo ora solo azzurro, e la mamma giocava all’altalena aggrappandosi al cannone.

Siamo compatibili? Elenco semiserio degli elementi

… Della mia compatibilità con voi
… e della vostra compatibilità con me.

Elenco semiserio di ciò il cui ammontare o la cui presenza è direttamente proporzionale con la vostra compatibilità con me e il cui diminuire di quantità e la cui assenza è direttamente proporzionale alla mia incompatibilità con voi.

1) cani e gatti e animali in genere
2) birra
3) cetrioli rigorosamente da mangiare a grugno e non nel BigMac
4) libri in bagno
5) librerie
6) salame piccante
7) Nutella
8) musica rock
9) Lucio Dalla
10) polvere per casa
11) scarponi da montagna
12) montagna
13) mare (sì vi sconvolgerò affermando che si possono amare entrambi)
14) i furgoni VolksWagen
15) la Fiat 500 (vedi punto 13)
16) L’Italia
17) Il succo di frutta all’albicocca
18) Roma
19) Milano (vedi punto 13)
20) I romanzi di fantascienza
21) I film di Kathryn Bigelow
22) Giovanni Pascoli e Paul Verlaine
23) Rat Man e i Peanuts
24) Restaurare mobili e vecchie cianfrusaglie
25) La Vespa 50 Special
26) La pizza bollente (deve essere calda al punto da lasciarci attaccato un labbro)
27) Bologna in tutte le stagioni e in tutte le ore del giorno e della notte
28) Gli alberi
29) La neve e il freddo ma soprattutto il vento di tramontana
30 ) e sticazzi direte voi ma mi andava di fare questo tuit.


(Lo so che è un post acido in cui me la tiro, ma ogni tanto se la deve pur tirare anche la zia)

Gennaio 1965 (Marzo 2013) #Italia

« il nostro Paese non ha più niente da dirci, né abbiamo più niente da dirgli. Tra noi e l’architettura di queste città, chiese, palazzi, piazze, che esigono una vita calma, meditata sulla rinuncia e l’idolatria del piacere, il discorso è finito.
Una mano di modernità, lo sforzo di renderle adatte ai tempi, l’irrompere delle macchine, hanno messo in luce solo l’anacronismo della loro sopravvivenza.
Non possiamo rifiutare la vita come ci è data, ma il luogo per accettarla non è più quello adatto. Non possiamo corromperci in un ambiente che non esprime più la gloria del suo passato ma l’accettazione della commedia moderna.
Non vogliamo aspettare i visitatori, la parte dei custodi non ci piace. Altri orizzonti, altri cieli meno fastosi ma più nostri ci attendono. Trovare sotto quei cieli la forza di andare avanti, rifiutando il cinismo che le vecchie pietre ci hanno insegnato; non avendo altro da proporci, per anni e anni, che l’elogio della sopportazione.»

Ennio Flaiano, Diario degli Errori

Visione disperata e realistica del Paese, molto attuale, molto vera, molto ineluttabile: visione cui personalmente fatico a rassegnarmi, visione che rifiuto più con amara tigna che con rabbia costruttiva.
Visione che mi ostino a respingere più col cuore che col cervello, visione che mi ingegno a rigettare giorno per giorno avanzando tra le brutture e i cretini, con la pigra testarda abitudine di uno schema più sentimentale che mentale e ponderato.

Non piangere Compagno

(Caduto durante l’insurrezione napoletana 27-30 Settembre 1943)

Non piangere Compagno
Se m’hai trovato qui steso.
Vedi non ho più peso
in me di sangue. Mi lagno

di quest’ombra che mi sale
dal ventre pallido al cuore,
inaridito fiore
d’indifferenza mortale.

Portami fuori amico,
al sole che scalda la piazza,
al vento celeste che spazza
il mio golfo infinito.

Concedimi la pace dell’aria;
fa che io bruci
ostia candida, brace
presa nel sonno della luce.

Lascia così che dorma: fermento
piano, una mite cosa
sono, un calmo e lento
cielo in me riposa.

(Giorgio Bassani)

Ce l’avevo nel cuore e in testa da qualche giorno e ora ve la regalo. Vi saluto con affetto

I comandamenti del Tuittero del Cuore

Ispirata da @porfirogenita butto giù i *Comandamenti del Tuittero del Cuore*.
Enjoy.


Io sono il tuo Tuittero del Cuore. Non avrai altri Tuitteri del Cuore all’infuori di me. (Tuitteri del Cuore Multipli caccapupù).

Tu sei il mio Tuittero del Cuore. Non ho altri Tuitteri del Cuore all’infuori di te (quindi cacami).

Non ti farai idolo del Tuittero del Cuore altrui (anche perché fatti i cacchi tuoi e non chiedere mai chi sia il Tuittero del Cuore degli altri)

Non ti prostrerai a un diverso Tuittero del Cuore (vedi sopra: Tuitteri del Cuore Multipli caccapupù)

Non pronunziare invano il nome del Tuittero del Cuore (non chiocciolarlo troppo che gli rompi le palle, e/o non fare outing sul tuo Tuittero del Cuore)

Ricordati del giorno del Sabato per onorare il Tuittero del Cuore (potresti invitarlo a bere, chessò, boh vedi te, poi)

Onora il padre e la madre del Tuittero del Cuore (ascolta sempre quel che ha da dire e da dove proviene che impari )

Non uccidere la speranza che un giorno (mooolto remoto) il Tuittero del Cuore ti retuitti.

Non commettere adulterio (il Tuittero del Cuore te lo scegli e te lo tieni, è per sempre o non è Tuittero del Cuore, quindi scegli bene)

Non rubare i Tuitteri del Cuore altrui (cioé sò arivato prima, cercatene uno tuo).

Non raccontare balle al Tuittero del Cuore (perché ti sgama).

Non desiderare l’altrui Tuittero del Cuore (tanto non puoi sapere chi sia, mai fare outing sul Tuittero del Cuore).

Vabbé sono dodici, non dieci. Ma è perché il mio Tuittero del Cuore altro che Bruce Lee.

Ci vuole orecchio, ciao, Enzo

Ero piccina, forse nove, dieci anni. E avevo il privilegio di avere mia cugina più grande di me di diciotto anni, e il suo ragazzo (l’amore della vita, poi, ecco perché Marco lo adoravo tanto, avevo capito che era lui la persona giusta per Tiziana) che indossavano vecchi giacconi comprati in Piazzola dagli Hippy, ascoltavano musica che parlava di Vietnam e amore, appendevano poster del Che nel cui rosso vivo il mio sguardo si perdeva.
Li adoravo, come a nove anni si possono adorare semidei che la notte la passano con gli amici in osteria a Bologna a suonare la chitarra, a discutere di politica, che partono per viaggi esotici chissà dove (fosse pure stato solo un viaggio attraverso la Spagna con la Ritmo bianca, ma a me sembrava già un mito).

Poi andare a dormire da loro il Sabato, per me era una grande festa.

Ci si alzava presto la mattina, si faceva colazione, e si andavano a comprare i pomodori al mercato, all’alba (perché presto ci sono quelli buoni), e in quest’aria fresca e profumata di Luglio si tornava in campagna, dalla nonna, per cominciare a fare la conserva, accendendo il grande fuoco nel vecchio bidone di cherosene svuotato, per far bollire i barattoli.
Si passavano i pomodori e si riempivano i vasi di vetro, e ancora tutto a bollire sul fuoco all’aperto, per ore, mentre i merli cantavano sugli alberi.

Questo misto di contestazione intellettuale e impegno e conserva fatta in casa, il sapore buono della sinistra in Emilia Romagna da sempre.

E le infinite musicassette che Marco, sorridendo sotto la sua barba nera, giovane e affascinante, mi copiava facendomi le compilation di buona musica, la più varia, con cui poi sono cresciuta e che credo abbia plasmato il mio cuore per il meglio.

I Beatles. Gli Stones. Bob Dylan, Pete Seeger, Joni Mitchell, Patti Smith e tanti altri.
Lucio Dalla. La Premiata Forneria Marconi. Paolo Conte. Gino Paoli. Ornella Vanoni. De Gregori. Claudio Lolli.

Ed Enzo Jannacci, coi suoi testi geniali e demenziali solo in apparenza.

Da piccola lo ascoltavo e cercavo di capire, in quelle albe felici senza pensieri, la mia sveglia erano le sue parole e la sua musica accattivante, che uscivano dal mangianastri scassato vicino al mio lettino, da Tiziana.

Così oggi saluto Enzo che si porta via quelle mattine di luglio a fare la conserva, quando la nonna era con me e accendeva paziente il fuoco all’aperto e c’era il verde intorno a casa mia e non i capannoni e Marco e Tiziana erano giovani e vestivano i giacconi americani comprati dagli Hippy.

Grazie Enzo, se ho capito l’importanza di avere orecchio, nella vita, l’ho capito anche grazie a te, e al sorriso della nonna in quell’aria fresca di primo mattino di Luglio.

http://www.youtube.com/watch?v=UBI49UTmxII Enzo Jannacci, Ci vuole Orecchio, 1980

Dedicatela a chi amate (Thomas Pynchon, L’arcobaleno della Gravità)

” E poi c’è qualcos’altro, oltre la spossatezza. Anche se lui e Jessica non hanno operato una secessione da quello stato di guerra, hanno per lo meno iniziato una pacifica ritirata… Non che ne abbiano parlato apertamente, non ne hanno avuto né il tempo né lo spazio, e forse neppure il bisogno - però sanno entrambi chiaramente che è meglio stare insieme da qualche parte, al riparo, stretti stretti, che non tornarsene là fuori, nel bel mezzo del fronte interno, fra gli incendi, le carte, le divise color cachi, l’acciaio. …

Jessica si è portata una vecchia bambola, qualche conchiglia, la valigetta appartenuta a sua zia, piena di mutandoni di pizzo e di calze di seta. Roger è riuscito in qualche modo a raccattare alcune galline e a sistemare nel garage vuoto. Tutte le volte che si incontrano lì, uno dei due si ricorda sempre di portare qualche fiore fresco. Le loro notti sono costellate dal rumore delle esplosioni e dei mezzi di trasporto, mentre il vento porta su, da dietro le colline, un ultimo schiocco di mare. …

Non si scambiano mai molte parole, ma più che altro carezze, sguardi, sorrisi, e qualche imprecazione quando viene il momento di separarsi. …

Sono innamorati. Vaffanculo alla guerra. “


La trovo una delle pagine più toccanti sull’amore che abbia mai letto, e tanto, tanto attuale, anche se la guerra di oggi, le bombe di oggi, la spossatezza di oggi, il fronte interno, non sono quelli di allora e di cui parla Pynchon.

La voglia di riposarsi e amare però, è quella.

Colonna sonora del momento: There, There Radiohead